La musica è di tutti: il potenziale musicale e l'audiation

Per comprendere in profondità il potenziale educativo della musica, occorre innanzitutto sfatare la concezione, che persiste nella coscienza collettiva, secondo cui particolari abilità artistiche come la musicalità siano indipendenti dalle influenze ambientali e dai processi di apprendimento, ma frutto del caso, che dona l’attitudine musicale ad una cerchia ristretta di eletti. 

Superare questo pensiero significa considerare il bambino prodigio come l'eccezione e non la regola, visione trasmessa anche dalla storia della musica che ci insegna come la maestria di musicisti di alto livello non dipenda tanto da un incredibile talento innato, ma dagli stimoli musicali ricevuti nell’ambiente di crescita. 

Il fantomatico talento musicale innato risiede, allora, nella profonda sensibilità al mondo sonoro che appartiene a ciascun individuo già prima di nascere; infatti, diversi studi hanno comprovato che l’ambiente prenatale offre al bambino esperienze sensoriali e in particolar modo musicali, alle quali esso si relaziona con il movimento grazie alla presenza di una struttura cerebrale capace di rispondere agli stimoli musicali. Già dalla 23/24esima settimana di gestazione il bambino è in grado di percepire i suoni, in quanto l’apparato uditivo è il primo organo sensoriale a formarsi, esattamente dalla IV settimana con lo sviluppo del padiglione auricolare. L’ambiente prenatale è protetto e circoscritto ma in continua connessione con il mondo esterno; infatti, Giulia Cremaschi Trovesi parla di “prima orchestra” in cui è immerso il piccolo prima della nascita. 


È proprio in questa cornice di suoni e di comprovate evidenze neuroscientifiche che il linguaggio musicale è considerato essenziale, al pari della lingua parlata, nella comunicazione con i bambini anche molto piccoli e nella costruzione della relazione con gli adulti caregiver

Dialogare musicalmente in tenera età consente di modificare l’organizzazione della struttura del sistema nervoso in virtù della sua plasticità cerebrale, caratteristica distintiva dell’infanzia, e grazie alla quale è possibile contribuire allo sviluppo globale dell’individuo.

La musica, infatti, per tutta la crescita può aiutare il bambino nella costruzione della propria identità permettendogli di sviluppare una maggiore consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda, di conoscere e gestire correttamente i propri stati emotivi, di attuare comportamenti prosociali e quindi di costruire più facilmente relazioni significative con gli altri, di aumentare l’autoefficacia e di conseguenza l’autostima, di accrescere la propria motivazione all'impegno, di maturare le abilità grosso e fino motorie e di influenzare lo sviluppo del linguaggio verbale e non verbale.


La base del potenziale musicale che ormai sappiamo essere presente in ciascuno di noi, è l’audiation (termine intraducibile in italiano, coniato da E.E. Gordon); ossia la capacità di sentire e comprendere nella mente musica che non è fisicamente presente nell’ambiente. Non si tratta solo di percepire a livello uditivo i suoni, ma di comprendere in maniera intuitiva essenza e caratteristiche di un brano ad esempio! Questa capacità è già propria di ciascun individuo ma in maniera differente dal punto di vista quantitativo. La notizia stupefacente è che questa capacità può essere allenata…ed ecco allora che torniamo di nuovo alla fortissima componente ambientale in cui si cresce e si apprende, la quale determina l’acquisizione di competenze musicali (che comprendono conoscenze, abilità e atteggiamenti) e la misura in cui esse si acquisiscono ed interiorizzano. 


In conclusione, iniziare il dialogo e la pratica musicale fin dalla nascita (o meglio, già durante la gestazione) offre tantissime opportunità sia di apprendimento e sviluppo sia relazionali e comunicative.